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Non un semplice chinotto, ma il Chinottissimo di Simone Neri!

Nel mio viaggio di ricerca lungo lo Stivale, mi accorgo che tante sono le realtà che non si conoscono. Perché spesso è più facile fermarsi a una prima impressione, anziché approfondire. E in qualche modo, mi sento fortunata. E’ un percorso che porta alla luce storie e pezzi d’Italia che rappresentano degli esempi preziosi, e che, seppur nel nostro piccolo, ci spingono ad impegnarci di più, piuttosto che a piangerci addosso.

La storia di oggi appartiene alla famiglia Neri, ed è la storia di una famiglia, di un marchio, ma è anche la storia di una rivincita e di una rinascita. Ho incontrato Simone Neri, il nipote di Pietro Neri, che nell’immediato dopoguerra inventò il Chinotto, o meglio, il Chin8neri, e quella storia l’abbiamo ripercorsa assieme.

1949-1965-2010, date importanti per la famiglia Neri e per le sorti del Chin8neri. Ci racconti il perché, e la sua promessa fatta al nonno…

“Nel 1949, dopo la guerra, c’era molto fervore in Italia, e mio nonno Pietro Neri era un giovane pieno di idee e dal suo genio nacque il chinotto Chin8neri. In realtà, la scoperta della bevanda avvenne quasi per caso. Nonno voleva mettere in commercio un’aranciata, ma lo zucchero nel dopoguerra era quasi introvabile, un vero lusso, quindi nei suoi primi tentativi impiegò della saccarina. La saccarina però risultava dolcissima, a tal punto da rendere l’aranciata praticamente imbevibile. Fu così che, per contrastare il dolciume di questa aranciata, cominciò a bilanciarla con degli ingredienti amari come il rabarbaro, la china, il biancospino, l’aloe e in ultimo i fiori di chinotto, trovando così, finalmente, la giusta alchimia col frutto di questo agrume. Così nonno inventò il chinotto, e lo chiamò Chin8neri.

Dal ‘49 al ‘65 ebbe un successo strepitoso, che lo rese uno degli uomini più ricchi d’Italia; costruì uno stabilimento a Napoli, uno a Bologna e un altro, il più innovativo di quei tempi a Capranica, che costò all’epoca un miliardo delle vecchie lire, ma era uno stabilimento davvero all’avanguardia.

Nel 1965, all’apice del suo successo, mio nonno e il suo chinotto Chin8neri cominciarono ad essere ‘assediati’ da vari personaggi desiderosi di entrare in società, finché fu costretto a cedere, per motivi ‘politici’, gli stabilimenti e i marchi. Ma non le ricette originali delle bevande, nemmeno quella del chinotto che lo portò al successo, che rimasero sono tutt’ora proprietà della famiglia. Dopo la vendita nel ’69, i vari proprietari che si sono succeduti negli anni non riuscirono a ripetere gli stessi successi proprio perché la formula del chinotto Chin8neri non era l’originale e non incontrava più il gusto dei consumatori. La fabbrica chiuse nel ’95 e rimase inattiva fino al 2000, anno in cui la società IBG di Buccino riuscì ad accaparrarsi all’asta lo stabilimento e i marchi. E nel 2012 lo stabilimento originale chiuse di nuovo i battenti per spostare l’intera produzione negli impianti di Buccino dove tuttora viene prodotto il Chin8neri.

Il rapporto che avevo con mio nonno era fantastico. Ero il primo nipote. Nel 2000, dopo l’ennesima delusione per non essere riusciti a riprenderci marchio e stabilimento, decidemmo di uscire con il chinotto Chinottissimo, bevanda che impiega la formula originale migliorata, dopo anni di lavoro insieme, con l’aggiunta di 53 erbe officinali. Il sogno durò 5 anni, poi nel 2005 nonno venne a mancare. Prima della sua morte però gli feci una promessa: che avrei fatto il possibile per riportare al successo questo prodotto. Dal 2010 ad oggi siamo cresciuti tantissimo, ma la strada è ancora dura.”

Quale è la ricetta per essere competitivi in un mercato sempre più globalizzato e portare al successo un brand italiano come Chinottissmo?

“Offrire prodotti genuini e di qualità al giusto prezzo, è questo il mio mercato e quello di Chinottissimo. I grandi colossi la fanno da padrone e le piccole e medie imprese si difendono facendo prodotti esclusivi ed unici, così da ricavarsi uno spazio a cui le multinazionali non possono accedere per la scarsa qualità dei loro prodotti.”

La parola eccellenza oramai è anche troppo usata, ma nel tuo caso – e in quello del chinotto Chinottissimo – parlare di eccellenza è doveroso…

Ormai dire ‘eccellenza’ è diventato una moda, ogni produttore può dire che il proprio prodotto è d’eccellenza, ma ciò che lo rende veramente tale sono i riconoscimenti che vengono rilasciati da autorità competenti. Nel mio caso, i prodotti – e non solo il chinotto – sono stati sottoposti ad una serie di scrupolosi controlli da parte degli organi competenti, ed oggi sono fiero di poter dire che i miei prodotti sono stati inseriti nel ‘Paniere’ delle eccellenze della Regione Lazio e di Roma Capitale, un riscontro importantissimo testimoniato in etichetta da un logo specifico. Tra l’altro, nel 2014, il Comune di Roma mi ha insignito della carica di Cavaliere del Commercio, per il merito di aver riproposto una ricetta storica che ha contribuito a risollevare le sorti di Roma, e non solo, nel dopoguerra.”

Quali sono i tuoi prossimi obiettivi? Da poco ha debuttato sul mercato l’Amaro Neri…

Il mio è un lavoro di sviluppo e ricerca; sono sempre attento e aggiornato su come poter migliorare i prodotti già in commercio, oppure crearne di nuovi. Infatti, sull’onda del successo del Chinottissimo, una bevanda altamente digestiva grazie alle sue 53 erbe, che io considero un ‘amaro’ soft drink, ho creato l’Amaro Neri al Chinotto, che è nient’altro che l’evoluzione alcolica del Chinottissimo. Una bottiglia di gran classe, con un contenuto superbo dal sapore inconfondibile e unico. Lo presento con bottiglie numerate e millesimate; per il 2018 ho previsto solo 500 esemplari. Nel 2019 si vedrà.

Queste sono le eccellenze, autentiche e insindacabili, che ci piace raccontare e testimoniare.

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