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Perché la musica parla italiano – da Guido d’Arezzo alle parole degli spartiti di tutto il mondo

Do, re, mi, fa, sol, la, si: l’origine dei nomi delle note risale al Medioevo e al
metodo elaborato da Guido d’Arezzo. Nei secoli successivi, il ruolo assunto
dall’Italia nella nascita dell’opera e nello sviluppo della musica strumentale
contribuì a diffondere oltre i confini della penisola termini come allegro, adagio,
piano e crescendo.


Un pianista statunitense, un violinista giapponese e un direttore d’orchestra finlandese
possono non conoscere l’italiano, ma davanti a uno spartito comprendono parole come
allegro, adagio, forte, piano e crescendo. Una parte fondamentale del vocabolario della
musica occidentale deriva infatti dalla nostra lingua e continua a essere utilizzata nelle
scuole, nei conservatori e nelle sale da concerto internazionali. Italian Traditions ripercorre le
origini di questa eredità, nata nei monasteri medievali e consolidata nei secoli in cui l’Italia
divenne uno dei principali centri musicali d’Europa.


Questa storia conduce inizialmente all’XI secolo, quando l’apprendimento del canto liturgico
dipendeva ancora in larga misura dalla trasmissione orale. I manoscritti contenevano segni
chiamati neumi, utili a suggerire l’andamento della melodia, ma non sempre sufficienti a
stabilire con esattezza l’altezza dei suoni. Per imparare un repertorio molto ampio, i giovani
cantori dovevano quindi esercitare a lungo la memoria, sotto la guida di un maestro.
A modificare profondamente questo sistema fu Guido d’Arezzo, monaco e teorico musicale
attivo nella prima metà dell’XI secolo. Non tutte le informazioni sulla sua biografia sono certe,
ma è documentato il suo legame con l’Abbazia di Pomposa, nei pressi di Codigoro,
nell’attuale provincia di Ferrara.
Il monastero era allora un importante centro religioso e
culturale, nel quale poté dedicarsi alla formazione dei cantori e sperimentare nuovi strumenti
didattici. In seguito si trasferì ad Arezzo, dove proseguì la propria attività sotto la protezione
del vescovo Teodaldo.


Il monaco contribuì al perfezionamento della scrittura su rigo, collocando i segni musicali su
linee che permettevano di riconoscere l’altezza dei suoni. Il tetragramma, formato da quattro
linee e utilizzato ancora oggi per il canto gregoriano, rappresentò un passaggio fondamentale
verso il successivo pentagramma. Il nuovo metodo consentiva di affrontare una melodia
sconosciuta con maggiore autonomia, riducendo il tempo necessario per impararla e
rendendone più affidabile la trasmissione.

La sua innovazione più celebre riguardò però l’associazione tra suoni e sillabe. Per insegnare
gli intervalli Guido si servì della strofa iniziale dell’inno latino a San Giovanni Battista, Ut
queant laxis. Le frasi musicali iniziavano su gradi progressivamente più acuti e le loro prime
sillabe fornivano una sequenza facilmente memorizzabile:


Ut queant laxis
Resonare fibris
Mira gestorum
Famuli tuorum
Solve polluti
Labii reatum,
Sancte Iohannes


Dalle sillabe iniziali nacquero Ut, Re, Mi, Fa, Sol e La. Non si trattava ancora delle sette note
intese nel senso moderno, ma delle sillabe impiegate per riconoscere le posizioni dei suoni
all’interno di una successione di sei gradi, chiamata esacordo. Il procedimento, noto come
solmisazione, aiutava il cantore a individuare correttamente toni e semitoni e a intonare
anche melodie mai ascoltate prima. Guido ne descrisse i principi nell’Epistola ad
Michaelem, mentre nel Micrologus, uno dei trattati musicali più diffusi del Medioevo, illustrò
altri aspetti del proprio metodo.


Il Si venne introdotto più tardi e il suo nome fu ricavato dalle iniziali di Sancte Iohannes, le
ultime parole della strofa. Anche il Do non apparteneva al sistema originario: per secoli la
sillaba iniziale rimase Ut. Nel Seicento, in Italia, essa fu progressivamente sostituita da Do,
più agevole da articolare e da sostenere durante il canto. La modifica è tradizionalmente
collegata al teorico Giovanni Battista Doni, anche se la sua diffusione fu graduale. In Francia
ut è rimasto in uso in alcuni contesti, mentre nei paesi anglosassoni e germanici le altezze
musicali sono normalmente indicate con lettere dell’alfabeto.


Non è quindi del tutto esatto affermare che le note abbiano nomi italiani ovunque. Nel mondo
anglofono, per esempio, la successione corrispondente è C, D, E, F, G, A, B. Le sillabe do, re,
mi, fa, sol, la, si vengono comunque adoperate internazionalmente nel solfeggio, secondo
modalità che variano da paese a paese. In alcuni sistemi il do corrisponde sempre alla stessa
altezza, mentre in altri indica il primo grado di qualunque tonalità.


L’italiano conquistò un ruolo ancora più ampio nella musica tra il Cinquecento e il
Settecento. Firenze fu uno dei luoghi nei quali, alla fine del XVI secolo, presero forma i primi
esperimenti del melodramma; Venezia sviluppò una vivace attività teatrale e musicale;
Roma, Bologna e Napoli divennero sedi di scuole, conservatori e centri di produzione.
Compositori, cantanti e strumentisti italiani lavoravano nelle principali corti europee, mentre
generi come l’opera, la sonata, la cantata e il concerto si diffondevano fuori dalla penisola.

Con le composizioni viaggiarono anche le parole utilizzate per indicare il tempo, l’intensità e il
carattere dell’esecuzione. Largo, adagio, andante, allegro e presto suggerivano differenti
velocità; piano e forte regolavano il volume; crescendo e diminuendo segnalavano variazioni
graduali. Espressioni come a tempo, da capo, cantabile, con brio, sostenuto e staccato
offrivano ulteriori istruzioni all’interprete. Il prestigio della tradizione italiana fece sì che questo
lessico fosse adottato anche da autori di altre nazionalità e si affermasse come convenzione
comune.


A partire dall’Ottocento, diversi compositori preferirono scrivere le indicazioni nella propria
lingua. Nelle partiture comparvero così termini tedeschi, francesi, russi e, più tardi, inglesi.
L’italiano non perse però la sua funzione: ancora oggi costituisce la base del vocabolario
musicale internazionale, soprattutto nel repertorio classico, e ricorre anche nei nomi delle
voci, come soprano, mezzosoprano, contralto, tenore, baritono e basso.


Dietro parole ormai familiari si conserva dunque una storia lunga quasi mille anni. Dalle
esigenze dei cantori medievali alle innovazioni di Guido d’Arezzo, dai teatri italiani alle
orchestre contemporanee, la musica ha costruito un linguaggio capace di superare i confini
nazionali. Ogni volta che uno spartito chiede di suonare piano, di eseguire un passaggio
allegro o di procedere in crescendo, una parte di quel lungo percorso torna a farsi sentire.

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