Dal 18 al 20 settembre il Festival Franciacorta in Cantina invita a entrare nei luoghi dove nasce
uno dei Metodo Classico più conosciuti d’Italia. Ma tra vigneti, abbazie, dimore storiche, piccoli
borghi e il Lago d’Iseo, il viaggio continua ben oltre il calice.
Tre giorni durante i quali le aziende aderenti aprono le porte a visitatori e appassionati con
degustazioni, visite, percorsi nei vigneti ed esperienze gastronomiche. Sarebbe facile raccontarlo
come un grande weekend dedicato alle bollicine. Ma sarebbe anche riduttivo. Perché il vero
interesse di queste giornate consiste nella possibilità di vedere cosa esiste intorno alla bottiglia.
Prima il territorio
Franciacorta è oggi un nome immediatamente associato al vino. Eppure la sua storia comincia
molto prima dell’affermazione contemporanea del Metodo Classico. Il territorio si estende nella
provincia di Brescia, a sud del Lago d’Iseo, all’interno di un paesaggio modellato dall’antica
presenza dei ghiacciai. Morene, colline e differenti composizioni dei suoli hanno creato una
geografia particolarmente articolata. La vite è presente qui da secoli. Documenti medievali
testimoniano l’importanza dell’agricoltura e della produzione vinicola ben prima che la parola
Franciacorta diventasse sinonimo delle bollicine che conosciamo oggi. Anche l’origine del nome
rimanda al Medioevo. La spiegazione generalmente accolta lo collega alle “curtes francae”,
comunità o corti esentate da determinati tributi in relazione alla presenza e al lavoro delle istituzioni
monastiche. È una traccia che dice molto del territorio: monasteri, agricoltura e organizzazione
della campagna hanno contribuito a costruirne la storia.
La rivoluzione del Novecento
La Franciacorta contemporanea nasce però molto più tardi. Il passaggio decisivo avviene nella
seconda metà del Novecento, quando alcuni produttori comprendono le potenzialità della zona per
la produzione di vini rifermentati in bottiglia. Nel 1961 vengono prodotte le prime bottiglie che
segnano simbolicamente l’inizio della storia moderna delle bollicine franciacortine. Nel giro di pochi
decenni il territorio cambia reputazione. Quello che era un nome geografico conosciuto soprattutto
localmente entra nel vocabolario degli appassionati di vino italiani e internazionali. Nel 1967 arriva
il riconoscimento della DOC. Nel 1995 la Franciacorta ottiene la DOCG. È un passaggio
importante non soltanto dal punto di vista normativo. Segna la volontà di costruire una
denominazione fortemente identificata con il proprio territorio e con un metodo produttivo preciso.
Non chiamatelo semplicemente spumante
Una delle battaglie culturali della Franciacorta è stata proprio questa: affermare il nome della
denominazione come identità del vino. Franciacorta indica contemporaneamente territorio, metodo
e prodotto. Le uve vengono raccolte, pressate e vinificate per ottenere i vini base. Dopo l’eventuale
assemblaggio, la seconda fermentazione avviene in bottiglia. Seguono lunghi periodi di
affinamento sui lieviti, remuage, sboccatura e dosaggio. È il Metodo Classico che abbiamo
raccontato nel nostro precedente viaggio. Ma quando si entra in una cantina della Franciacorta la
teoria diventa immediatamente concreta. Migliaia di bottiglie riposano in ambienti nei quali
temperatura e silenzio sembrano sospendere il tempo. Alcune rimarranno lì per anni prima di
arrivare sul mercato.
Chardonnay, Pinot Nero e gli altri protagonisti
Il vigneto franciacortino è legato soprattutto allo Chardonnay e al Pinot Nero. Il disciplinare
consente inoltre il Pinot Bianco entro determinati limiti e l’Erbamat, vitigno autoctono recuperato
negli ultimi anni e particolarmente interessante anche per la sua acidità naturale. Da queste uve
nascono interpretazioni differenti. Franciacorta, Satèn, Rosé, millesimati e Riserve raccontano stili
e tempi di affinamento diversi. Il Satèn occupa un posto particolare nell’identità della
denominazione. La pressione inferiore rispetto alle altre tipologie produce una sensazione più
morbida e cremosa al palato. Il nome stesso richiama il satin, il raso. Il Rosé porta invece il Pinot
Nero in una posizione centrale. Poi arrivano i millesimati, legati prevalentemente a una specifica
annata, e le Riserve, per le quali il tempo diventa ancora più importante.
Settembre, il momento giusto per arrivare
Visitare la Franciacorta a settembre significa incontrare un territorio nel momento più vivo dell’anno
vitivinicolo. La vendemmia può essere ancora in corso o essersi appena conclusa secondo le
varietà, le zone e l’andamento dell’annata. Le cantine lavorano. I vigneti stanno cambiando.
Nell’aria rimane quella sensazione particolare che accompagna ogni territorio del vino quando
l’uva passa finalmente dalla pianta alla cantina. Il Festival Franciacorta in Cantina nasce proprio
dentro questa atmosfera. Non è quindi soltanto una successione di degustazioni. È l’occasione per
osservare un territorio mentre sta costruendo la propria nuova annata.
Entrare in cantina
La parte più interessante del festival comincia spesso quando si scende sotto terra. Le cantine
della Franciacorta sono estremamente diverse tra loro. Ci sono aziende storiche ospitate in edifici
antichi e realtà nelle quali l’architettura contemporanea dialoga con il paesaggio. Ci sono piccoli
produttori e aziende conosciute a livello internazionale. Questa diversità è un vantaggio per il
visitatore. Permette di comprendere che una denominazione non coincide con un unico stile
aziendale. Dietro la stessa parola esistono famiglie, filosofie produttive e interpretazioni differenti.
Una visita ben fatta dovrebbe andare oltre la degustazione finale. Bisognerebbe vedere i luoghi di
pressatura, capire come vengono costruite le cuvée, osservare le bottiglie durante l’affinamento e
farsi spiegare perché una determinata parcella viene utilizzata in un certo modo. È lì che il vino
smette di essere soltanto un sapore.
Il festival del 2026
L’edizione 2026 del Festival Franciacorta in Cantina si svolge dal 18 al 20 settembre. Per tre giorni
il territorio propone visite nelle aziende, degustazioni e iniziative legate al vino, alla gastronomia e
alla scoperta della Franciacorta. La formula permette al pubblico di costruire un proprio itinerario
scegliendo le cantine e le esperienze disponibili. Ed è proprio questo il modo migliore di affrontare
il festival: non tentare di vedere tutto. Sarebbe impossibile e, soprattutto, inutile. Due o tre visite
ben scelte in una giornata permettono di comprendere molto più di una corsa tra degustazioni.
Prenotare in anticipo è essenziale per le iniziative che lo richiedono. Altrettanto importante è
organizzare gli spostamenti in maniera responsabile, soprattutto quando sono previste
degustazioni. Il vino deve essere un motivo per conoscere il territorio, non un problema sulla
strada del ritorno.
Una Franciacorta senza automobile
Una delle evoluzioni più interessanti dell’enoturismo riguarda proprio il tentativo di rendere
l’esperienza meno dipendente dall’automobile. Bicicletta, e-bike, percorsi organizzati e servizi di
trasporto possono trasformare la visita in qualcosa di più piacevole e sicuro. La Franciacorta, per
dimensioni e caratteristiche del paesaggio, si presta particolarmente bene a itinerari cicloturistici.
Pedalare tra i vigneti cambia completamente la percezione delle distanze. Si sentono gli odori della
campagna, si notano le variazioni del terreno e ci si accorge di dettagli che dal finestrino di
un’automobile spariscono. È anche un modo per collegare cantine, borghi e luoghi culturali senza
trasformare il viaggio in una semplice successione di assaggi.
Il monastero che racconta il Medioevo
Tra i luoghi da inserire nel viaggio c’è il Monastero di San Pietro in Lamosa, a Provaglio d’Iseo.
Sorge nei pressi delle Torbiere del Sebino e rappresenta una delle testimonianze storiche più
interessanti della zona. La sua vicenda è legata alla presenza cluniacense e alla storia religiosa e
agricola del territorio. Fermarsi qui permette di comprendere quanto la Franciacorta esistesse
molto prima della Franciacorta vinicola contemporanea. È una considerazione importante. Il
successo delle bollicine ha dato al territorio una straordinaria visibilità, ma ciò che rende
interessante il viaggio è la stratificazione precedente: monasteri, pievi, castelli, dimore e piccoli
centri raccontano secoli di storia che il vino oggi contribuisce a riportare all’attenzione.
Le Torbiere del Sebino
Poco distante cambia ancora il paesaggio. La Riserva Naturale delle Torbiere del Sebino è uno
degli ambienti naturalistici più significativi della zona. Specchi d’acqua, canneti e percorsi
permettono di attraversare un ecosistema completamente diverso dai vigneti circostanti. È uno dei
luoghi che dimostrano perché parlare di Franciacorta soltanto come destinazione enologica sia
limitante. Nel giro di pochi chilometri si passa dalla cantina a un’area umida di grande valore
naturalistico e poi al lago. Per chi costruisce un weekend, questa concentrazione è un vantaggio
enorme.
Il Lago d’Iseo dietro i vigneti
Il Lago d’Iseo rappresenta quasi la quinta scenografica naturale della Franciacorta. Arrivando
verso Iseo, il paesaggio si apre improvvisamente sull’acqua. Il borgo merita una passeggiata
senza programma: il lungolago, le piazze, i vicoli del centro. Poi c’è Monte Isola, la grande isola
che emerge al centro del lago e che si raggiunge in battello. Qui il ritmo cambia nuovamente.
Piccoli nuclei abitati, sentieri e panorami costruiscono un’esperienza che sembra lontana dalle
cantine visitate poche ore prima. È questa vicinanza tra mondi differenti a rendere la Franciacorta
particolarmente adatta a un viaggio di più giorni.
Borgonato, Erbusco, Adro, Corte Franca
I nomi dei comuni diventano familiari mentre si percorre il territorio. Erbusco è uno dei cuori della
denominazione. Adro, Corte Franca, Cazzago San Martino, Passirano, Provaglio d’Iseo e gli altri
centri costruiscono una geografia nella quale le cantine sono inserite dentro la vita quotidiana. Non
siamo davanti a un parco tematico del vino. Ci sono scuole, case, aziende, strade percorse ogni
giorno da chi vive qui. È importante ricordarlo soprattutto durante un grande evento. L’enoturismo
funziona quando riesce a convivere con il territorio anziché occuparlo.
Il castello tra le vigne
Tra le immagini più suggestive c’è il Castello di Bornato, complesso nel quale storia, architettura e
viticoltura convivono. È uno dei numerosi esempi della presenza di dimore storiche nella
Franciacorta. Castelli, palazzi e ville ricordano come questo territorio sia stato per secoli luogo di
residenza e agricoltura. Anche alcune cantine hanno recuperato edifici storici, trasformando la
visita in un percorso che attraversa contemporaneamente produzione e patrimonio architettonico.
È un elemento che distingue l’esperienza italiana del vino: molto spesso la cantina non è isolata
dalla storia. Ci è letteralmente costruita dentro.
A tavola, senza dimenticare il territorio
Poi naturalmente arriva il cibo. Il Festival è anche un’occasione per mettere in relazione le bollicine
con la gastronomia locale. La vicinanza al Lago d’Iseo porta in tavola il pesce di lago. La cucina
bresciana offre salumi, formaggi, paste ripiene, carni e preparazioni della tradizione. Tra i prodotti
più rappresentativi dell’area sebina c’è la sardina essiccata tradizionale del lago, legata in
particolare a Monte Isola. Nei dintorni non mancano formaggi e produzioni agricole che permettono
di costruire degustazioni profondamente territoriali. È importante perché il rischio di una
destinazione enologica molto famosa è che il vino finisca per oscurare tutto il resto. La
Franciacorta più interessante è invece quella che riesce a far dialogare il calice con ciò che nasce
intorno.
Brescia è a pochi chilometri
Chi arriva da fuori regione dovrebbe considerare anche Brescia come parte del viaggio. Il centro
storico conserva un patrimonio archeologico e monumentale straordinario. Il complesso di San
Salvatore e Santa Giulia e l’area archeologica del Capitolium raccontano la profondità storica della
città. Piazza della Loggia, Piazza Paolo VI e il castello completano un itinerario che può
trasformare un weekend del vino in un vero viaggio culturale. Ancora una volta emerge la forza
della posizione geografica della Franciacorta: in un territorio relativamente compatto è possibile
mettere insieme vino, arte, natura e lago.
Il vino come motore del territorio
Il successo della Franciacorta rappresenta anche un caso interessante dal punto di vista
economico. Un prodotto fortemente identificato con la propria origine ha contribuito a rendere
riconoscibile l’intera area. La bottiglia ha portato il nome Franciacorta nelle enoteche e nei
ristoranti italiani e internazionali. Da lì è nato un percorso inverso. Il consumatore ha conosciuto il
vino e successivamente ha cercato il luogo. È uno dei meccanismi più efficaci del Made in Italy
territoriale. Un prodotto diventa ambasciatore della propria geografia. Quando il sistema funziona,
il valore non rimane confinato alla cantina. Si distribuisce su ristorazione, ospitalità, servizi,
commercio, patrimonio culturale e turismo.
Ma il successo va governato
Più visitatori significano però anche maggiore responsabilità. Le destinazioni enoturistiche italiane
stanno affrontando una fase nella quale la qualità dell’accoglienza diventa importante quanto
quella del prodotto. Non basta aprire le porte della cantina. Servono organizzazione, prenotazioni
efficienti, personale capace di raccontare, collegamenti, servizi e attenzione alla sostenibilità.
Soprattutto, bisogna evitare che il territorio diventi una scenografia costruita esclusivamente per il
visitatore. La Franciacorta ha davanti la stessa sfida di molte aree italiane di successo: crescere
senza perdere la propria misura.
Tre giorni, ma il viaggio può durare molto di più
Il Festival Franciacorta in Cantina dura tre giorni. Il territorio, naturalmente, rimane. È forse questo
il messaggio più interessante per chi arriverà dal 18 al 20 settembre. Il festival può essere la porta
d’ingresso, non necessariamente il punto d’arrivo. Si può tornare in autunno, quando i vigneti
cambiano colore. In primavera, quando la campagna riparte. In inverno, quando le cantine
diventano ancora più silenziose. Il vino possiede una stagionalità che può diventare anche
stagionalità del viaggio.
Quando il calice racconta un luogo
Alla fine della visita arriva inevitabilmente il momento della degustazione. Il vino viene versato. Le
bollicine salgono nel bicchiere. Ma dopo aver camminato tra i filari, visto le bottiglie riposare in
cantina, incontrato chi produce e osservato le colline, quel calice non è più esattamente lo stesso
che avremmo bevuto altrove. Ha acquisito coordinate. Sappiamo dove nasce. Abbiamo visto la
distanza tra il vigneto e il lago. Abbiamo attraversato i paesi. Abbiamo capito quanto tempo è
rimasto in cantina. È questo il valore più autentico dell’enoturismo. Non bere di più. Capire meglio.
Dal 18 al 20 settembre la Franciacorta apre le proprie cantine. Vale la pena entrarci. Ma una volta
usciti, bisogna continuare a guardarsi intorno. Perché la parte più interessante di una grande
bollicina italiana, qualche volta, è proprio il territorio che rimane fuori dal bicchiere.



