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Peccioli, dove anche una discarica può diventare bellezza

Peccioli, il borgo toscano che ha trasformato un problema ambientale in un laboratorio di arte, impresa e comunità

Tra le colline della Valdera, un impianto per il trattamento dei rifiuti convive con installazioni monumentali, wall drawing e cultura. La storia di Peccioli dimostra che la rigenerazione di un territorio può cominciare proprio dal luogo che nessuno vorrebbe vedere. In Toscana siamo abituati a cercare la bellezza nei luoghi in cui sappiamo già di poterla trovare.

Nei filari di cipressi, nei borghi medievali, nelle pievi, nelle vigne che seguono il profilo delle colline. A Peccioli, in provincia di Pisa, è accaduto qualcosa di più difficile: si è deciso di cercarla anche dove normalmente lo sguardo preferisce non fermarsi.

In una discarica.Bisogna partire proprio da questa apparente contraddizione per comprendere Peccioli. Perché nella frazione di Legoli esiste ancora un impianto di smaltimento e trattamento dei rifiuti. Non è stato nascosto dietro una narrazione rassicurante né cancellato dal paesaggio. È stato invece assunto come parte della realtà economica del territorio e, nel corso degli anni, inserito in un progetto nel quale gestione dei rifiuti, produzione di energia, partecipazione dei cittadini, cultura e arte contemporanea hanno cominciato a dialogare.

È questa la particolarità del cosiddetto Sistema Peccioli, formato dal Comune, da Belvedere S.p.A. e dalla Fondazione Peccioliper: soggetti differenti che operano rispettivamente sul piano istituzionale, economico e culturale. Secondo la descrizione ufficiale del progetto, questo modello ha prodotto negli anni infrastrutture, servizi, occupazione, iniziative culturali e interventi sul territorio.

La storia, tuttavia, comincia da un problema molto concreto

Alla fine degli anni Ottanta, a Legoli era presente una discarica che raccoglieva i rifiuti di diversi comuni della zona. In una fase di riordino degli impianti della Valdera, l’amministrazione locale scelse di intervenire sul sito esistente attraverso un progetto di risanamento. Nel 1997 nacque Belvedere S.p.A, società promossa dal Comune di Peccioli per la gestione dell’impianto. Successivamente anche i cittadini entrarono nella compagine societaria: oggi Belvedere dichiara circa 950 azionisti.

È un passaggio decisivo, perché modifica il rapporto tradizionale tra comunità e infrastruttura

Una discarica viene normalmente percepita esclusivamente come qualcosa da allontanare. Peccioli ha provato a rovesciare la prospettiva: rendere la comunità partecipe del valore economico prodotto dall’impianto e utilizzare una parte di quella capacità progettuale per finanziare sviluppo, servizi e cultura. Ed è qui che entra in scena l’arte.

Quando i giganti arrivarono tra i rifiuti. Chi raggiunge l’area di Legoli incontra figure monumentali che sembrano emergere direttamente dal terreno.

Sono le “Presenze”, grandi sculture realizzate da Naturaliter nel 2011. Figure umane gigantesche, silenziose, quasi archeologiche, diventate nel tempo una delle immagini più riconoscibili di Peccioli. La loro forza nasce soprattutto dal luogo in cui si trovano. In un museo tradizionale sarebbero opere da contemplare. Qui diventano una domanda.

Che cosa consideriamo degno di essere guardato? Che rapporto abbiamo con ciò che consumiamo e successivamente gettiamo?E soprattutto: siamo capaci di riconoscere la responsabilità collettiva che esiste dietro la produzione dei rifiuti? Le opere non cancellano la funzione industriale dell’area. La rendono visibile attraverso un altro linguaggio.

Dopo le Presenze sono arrivati altri interventi. Nel 2016 Sergio e Michele Staino hanno realizzato “All’altezza delle margherite” ; l’anno successivo l’artista britannico David Tremlettè intervenuto sui grandi muri di contenimento dell’impianto e su alcuni silos con “Triangolo Verde”, trasformando superfici di cemento in grandi composizioni geometriche di colore.

Il risultato è sorprendente proprio perché non tenta di mascherare la natura del luogo, Industria e arte rimangono entrambe riconoscibili.

Il Triangolo Verde Il progetto di Tremlett rappresenta probabilmente la sintesi più efficace della filosofia di Peccioli. I muri di contenimento continuano a svolgere la loro funzione tecnica, ma allo stesso tempo diventano supporto di un’opera contemporanea.

Il Triangolo Verdeè diventato inoltre uno spazio di incontro e osservazione dal quale è possibile leggere la relazione tra l’impianto industriale e il paesaggio circostante. Il Comune lo descrive come un intervento di riqualificazione nel quale la dimensione produttiva dell’impianto convive apertamente con quella culturale. È una scelta interessante perché Peccioli non costruisce la propria identità turistica negando ciò che potrebbe apparire scomodo. Fa esattamente il contrario. Lo mostra.

Dalla discarica al museo diffuso

L’esperimento di Legoli non è rimasto isolato. Nel tempo l’arte contemporanea è entrata nel borgo e nelle frazioni, trasformando Peccioli in un museo diffuso. Il MACCA – Museo d’Arte Contemporanea a Cielo Aperto  comprende oggi più di settanta opere, prevalentemente installazioni di grandi dimensioni, distribuite tra Peccioli e le frazioni di Ghizzano, Legoli, Montecchio e Fabbrica.

L’arte non è quindi utilizzata come decorazione. Diventa uno strumento urbanistico e culturale. Serve a recuperare uno spazio, creare un percorso, portare il visitatore in una zona che altrimenti non avrebbe raggiunto, generare una nuova relazione tra abitanti e territorio. Il progetto continua inoltre a evolversi. Nel marzo 2026 è stato completato un nuovo murale dell’illustratrice Carol Rollo finanziato da Belvedere S.p.A. e inserito nel percorso di ampliamento del MACCA. L’opera nasce anche da un progetto partecipativo legato alla comunità e alle nuove generazioni.

È probabilmente questa la lezione più interessante di Peccioli. Non aver cercato di nascondere ciò che normalmente viene considerato incompatibile con l’immagine della Toscana. Gli impianti necessari alla loro gestione esistono. La questione non è fingere che non ci siano, ma chiedersi come debbano essere gestiti, controllati e inseriti responsabilmente nel territorio.

In questo senso l’arte svolge una funzione più profonda dell’abbellimento. Portare un visitatore all’interno di un impianto di trattamento dei rifiuti significa mettere davanti ai suoi occhi la parte finale di un processo che normalmente resta invisibile: acquistiamo, consumiamo, gettiamo, ma raramente vediamo dove finisce ciò che abbiamo scartato.

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