Dal 10 al 13 settembre il paese toscano ha celebrato la trentesima edizione della Festa delle Cantine. Quattro giorni di vino, cucina maremmana, musica, cavalli e memoria collettiva che hanno raccontato qualcosa di più di una manifestazione enogastronomica: il rapporto ancora vivo tra una comunità e le proprie tradizioni.
Per quattro sere le porte si sono aperte e il centro storico è tornato a essere una grande casa comune. Dentro c’erano tavoli, bicchieri di vino, piatti della tradizione, persone sedute una accanto all’altra. Fuori, nei vicoli di Manciano, continuava il movimento di chi passava da una cantina all’altra. È stata questa, ancora una volta, l’immagine più autentica della Festa delle Cantine che dal 10 al 13 settembre ha celebrato la sua trentesima edizione. Trent’anni non sono soltanto una ricorrenza. Per una festa popolare rappresentano una misura molto più interessante: quella della capacità di resistere ai cambiamenti senza perdere il legame con il luogo nel quale si è nati.
Manciano, nel cuore della Maremma
Per comprendere la festa bisogna prima guardare Manciano. Siamo nella Maremma meridionale, in provincia di Grosseto, in un territorio nel quale le colline toscane cominciano lentamente a guardare verso il Lazio. Il borgo occupa una posizione dominante e dalla parte più alta lo sguardo si apre su una campagna vasta, costruita da oliveti, vigne, pascoli e boschi. Il Cassero di origine aldobrandesca domina ancora l’abitato. Poco lontano ci sono Montemerano e Saturnia, con le sue celebri acque termali. Ma durante la Festa delle Cantine il punto di osservazione cambia. Non si viene soltanto per vedere Manciano. Si entra dentro il paese.
Una festa nata nel 1994
La storia della manifestazione cominciò nel 1994, quando la Pro Loco dell’epoca diede vita a quella che sarebbe diventata una delle ricorrenze più sentite del paese. Da allora la Festa delle Cantine è cresciuta, ha attraversato generazioni e inevitabilmente è cambiata. Nel 2026 ha raggiunto il traguardo simbolico della trentesima edizione. Per celebrarlo, l’apertura di giovedì 10 settembre è stata affidata proprio alla memoria. In piazza Garibaldi sono state proiettate fotografie e immagini delle edizioni passate. Volti più giovani, tavolate, vecchie serate, persone che negli anni hanno lavorato alla manifestazione. Non è stato un dettaglio marginale del programma. È stato probabilmente il modo più corretto per cominciare. Una festa popolare esiste finché una comunità continua a riconoscersi nella propria storia.
Quando le cantine tornano a vivere
Il cuore della manifestazione è rimasto quello indicato dal nome. Le cantine. Ogni sera il centro storico ha aperto i suoi spazi trasformandoli in luoghi di convivialità. Il vino si è accompagnato ai piatti della tradizione maremmana, alla musica e soprattutto alla possibilità di stare insieme. È questo l’elemento che distingue una festa di paese autentica da un semplice evento gastronomico. Non basta servire prodotti locali. Bisogna mantenere un rapporto con gli spazi, le persone e la memoria del luogo. A Manciano le cantine sono diventate ancora una volta piccole tavole disseminate nel centro storico. Il visitatore non aveva davanti un unico spazio fieristico. Doveva muoversi. Entrare in un vicolo. Scendere qualche gradino. Fermarsi. Ripartire. La festa coincideva così con la geografia del borgo.
Il vino come linguaggio della Maremma
Naturalmente c’era il vino. Ma sarebbe sbagliato leggerne la presenza soltanto attraverso la degustazione. In questa parte della Toscana la viticoltura appartiene a un paesaggio agricolo più ampio, insieme all’olivo, all’allevamento e alle produzioni casearie. Il territorio mancianese si trova inoltre nell’area della Maremma toscana che negli ultimi decenni ha acquisito crescente riconoscibilità enologica. Bere un bicchiere durante una festa come questa significa quindi incontrare una componente dell’economia e della cultura locale. Prima di essere prodotto da raccontare attraverso una scheda tecnica, il vino è stato per secoli parte della tavola quotidiana e delle occasioni collettive.
Una cucina che non ha bisogno di travestirsi
Accanto al vino sono tornati i sapori della cucina maremmana. È una cucina nata in un territorio agricolo e pastorale, costruita storicamente sulla disponibilità degli ingredienti e sulla necessità di non sprecare. Piatti sostanziosi, formaggi di pecora, olio, carni, pasta e preparazioni familiari appartengono a un patrimonio gastronomico che conserva ancora un rapporto evidente con la campagna. Tra le specialità identitarie di Manciano c’è il ciaffagnone, preparazione sottile e antica, simile nell’aspetto a una crêpe, legata alla tradizione locale. Sono proprio questi piatti a dare senso a manifestazioni del genere. Una festa territoriale diventa interessante quando offre ciò che sarebbe difficile trovare, nello stesso modo, altrove.
La notte dei cavalli
Poi sono arrivati i cavalli. Giovedì sera Manciano ha ritrovato uno dei momenti più suggestivi della manifestazione: la tradizionale fiaccolata a cavallo. Il corteo è partito da via Martiri della Libertà e ha attraversato alcune delle principali vie del paese. Davanti ai cavalieri hanno sfilato i tamburini e il carro di buoi dell’Azienda Badia Vecchia. Nel buio, le fiaccole hanno riportato per qualche minuto Manciano dentro un immaginario profondamente maremmano. Qui il cavallo non è un elemento decorativo inserito per rendere più pittoresca una festa. Rimanda alla cultura rurale del territorio e alla figura del buttero, uno dei simboli più riconoscibili della Maremma.
Il buttero e una Maremma che esiste ancora
Per molto tempo il buttero ha lavorato a cavallo occupandosi delle mandrie nelle grandi proprietà e nelle campagne maremmane. È diventato una figura quasi leggendaria, spesso paragonata superficialmente al cowboy americano. Ma il buttero appartiene a una storia propria, legata alle condizioni ambientali, all’allevamento e all’organizzazione agricola dell’Italia centrale. Oggi quel mondo è profondamente cambiato. Eppure cavalli, monta tradizionale e cultura equestre continuano a rappresentare un elemento identitario della Maremma. Una fiaccolata dentro le strade del paese mantiene viva questa relazione senza bisogno di trasformarla in una ricostruzione museale.
La festa religiosa dietro la festa popolare
C’è poi un elemento che rischia di passare in secondo piano quando prevalgono vino e musica. La Festa delle Cantine si svolge nell’ambito dei festeggiamenti dedicati al Santissimo Crocifisso. Domenica 13 settembre, nella chiesa di San Leonardo, è stata celebrata la Messa del Santissimo Crocifisso. È una sovrapposizione tipicamente italiana. Sacro e popolare convivono nello stesso calendario. La celebrazione religiosa, la tavola, la musica, il mercato e l’incontro tra le persone appartengono a dimensioni differenti ma sono cresciuti storicamente dentro la stessa idea comunitaria della festa.
Via Marsala e i mercatini
Da venerdì a domenica anche via Marsala ha partecipato alla manifestazione con i mercatini aperti fin dalla mattina. Artigianato, gastronomia e prodotti hanno esteso la festa oltre l’orario serale delle cantine. È un aspetto importante perché permette all’evento di coinvolgere il paese durante l’intera giornata e crea occasioni di incontro tra visitatori, commercianti e produttori. Una manifestazione territoriale funziona davvero quando il suo impatto non rimane chiuso dentro il recinto dell’evento, ma entra nell’economia quotidiana del luogo.
Trent’anni significano generazioni
Il dato più interessante dell’edizione 2026 rimane però il numero trenta. Una persona che partecipò alla prima Festa delle Cantine nel 1994 da ragazzo può essere tornata quest’anno con i propri figli. Chi allora lavorava all’organizzazione oggi può osservare generazioni più giovani occuparsi degli stessi spazi. È così che una manifestazione diventa tradizione. Non perché sia antichissima. Ma perché riesce a essere trasmessa. Trent’anni sono abbastanza per creare ricordi familiari, abitudini e appuntamenti attesi. La domanda diventa quindi inevitabile: perché alcune feste sopravvivono e altre scompaiono?
La comunità prima dell’evento
La risposta probabilmente sta nella comunità. Una manifestazione può avere una grande campagna di comunicazione, ospiti importanti e numeri elevati, ma se gli abitanti non la riconoscono più come propria perde progressivamente significato. Le feste di paese funzionano secondo una logica differente dai grandi festival. Molto del lavoro avviene prima che arrivino i visitatori. Ci sono persone che preparano gli spazi, organizzano le cantine, cucinano, montano strutture, coordinano iniziative e risolvono problemi. Pro Loco, associazioni, attività e volontari diventano una macchina temporanea che permette al paese di trasformarsi per alcuni giorni.
Il volontariato che non compare nelle fotografie
È forse questa la parte meno visibile di manifestazioni come quella di Manciano. Vediamo il bicchiere servito, il piatto sul tavolo, la musica e il corteo. Vediamo meno le ore trascorse a preparare. La trentesima edizione ha offerto quindi anche l’occasione per ricordare chi, negli anni, ha contribuito alla continuità della festa. Lo stesso Comune ha sottolineato il ruolo della Pro Loco, delle cantine, delle associazioni e delle persone che hanno lavorato edizione dopo edizione. Dietro una tradizione che sembra ripetersi spontaneamente esiste quasi sempre una quantità enorme di lavoro volontario.
Il centro storico torna ad avere una funzione
C’è poi un aspetto urbanistico e culturale. Per quattro giorni il centro storico non è stato semplicemente qualcosa da osservare. È tornato a essere utilizzato intensamente. Cantine, vicoli e piazze hanno recuperato una funzione sociale. È un tema particolarmente importante nei piccoli centri italiani, molti dei quali affrontano problemi di spopolamento, invecchiamento e progressiva perdita delle attività commerciali. Gli eventi non possono risolvere da soli questi fenomeni. Possono però ricordare che un centro storico rimane vivo soltanto quando viene abitato, attraversato e utilizzato.
Una porta sulla Maremma
La festa ha rappresentato anche un’occasione per scoprire il territorio circostante. Manciano è una posizione ideale per comprendere la Maremma meridionale. A pochi chilometri si trova Montemerano, borgo medievale raccolto intorno alla sua piazza e alle strade di pietra. Poco più lontano ci sono Saturnia e le acque termali che hanno reso questa parte della Toscana conosciuta nel mondo. Poi arrivano Pitigliano, Sorano e Sovana, le città del tufo, con il loro patrimonio etrusco e medievale. Chi è arrivato per una sera nelle cantine ha avuto quindi davanti la possibilità di trasformare la festa in un viaggio di più giorni.
La Maremma che non è soltanto paesaggio
Per decenni la Maremma è stata raccontata attraverso immagini potenti: butteri, cavalli, campagna, terme, borghi di tufo, vigne e oliveti. Tutto vero. Ma il rischio, quando un territorio possiede un immaginario così forte, è trasformarlo in cartolina. Le feste popolari aiutano a correggere questa prospettiva perché mostrano che dietro il paesaggio esiste ancora una comunità. La Maremma non è soltanto qualcosa da fotografare. È un territorio nel quale le persone lavorano, organizzano feste, producono vino, allevano animali, coltivano olivi e continuano a confrontarsi con i problemi contemporanei delle aree interne.
Tradizione non significa immobilità
In trent’anni la Festa delle Cantine è inevitabilmente cambiata. Il programma 2026 lo ha mostrato chiaramente. Accanto alla fiaccolata e alla celebrazione religiosa hanno trovato spazio esibizioni, mercatini e musica contemporanea. Sabato notte piazza Garibaldi ha ospitato il “2000 Forever Party”; domenica la manifestazione si è conclusa con un dj set. Qualcuno potrebbe leggere questa convivenza come una contraddizione. Non lo è necessariamente. Una tradizione rimane viva proprio quando riesce a parlare anche alle generazioni che non erano presenti alla sua nascita. La sfida consiste nel cambiare senza cancellare il nucleo originario.
Il valore delle feste italiane
Manciano racconta così un fenomeno molto più ampio. L’Italia possiede migliaia di feste locali, sagre, ricorrenze religiose e manifestazioni nate intorno a prodotti agricoli, stagioni e tradizioni. Non tutte hanno lo stesso valore culturale e non tutte riescono a mantenere un rapporto autentico con il territorio. Ma quelle che ci riescono costituiscono un patrimonio importante. Creano socialità. Trasmettono ricette e rituali. Portano visitatori nei piccoli comuni. Offrono visibilità alle produzioni locali. Soprattutto, obbligano una comunità a lavorare insieme almeno per alcuni giorni.
Dopo che l’ultima musica è finita
Domenica 13 settembre, alle 23, il dj set in piazza Garibaldi ha segnato ufficialmente la conclusione dell’edizione 2026. Poi sono arrivati lo smontaggio, le pulizie e il ritorno alla normalità. Le cantine hanno chiuso. I tavoli sono scomparsi. Le strade sono tornate a essere quelle di ogni giorno. È forse questo il momento più interessante di ogni festa di paese: quello successivo. Quando rimangono soltanto gli abitanti e ci si rende conto che per qualche giorno gli stessi luoghi nei quali si passa quotidianamente hanno avuto un significato diverso.
Trent’anni dopo
La Festa delle Cantine ha compiuto trent’anni e il risultato più importante non è stato semplicemente aver raggiunto una cifra tonda. È essere ancora riconoscibile come festa di Manciano. In un’epoca nella quale molti eventi tendono ad assomigliarsi, conservare un rapporto evidente con il luogo è un valore. Il vino, i piatti della tradizione, i cavalli, il carro di buoi, la celebrazione del Santissimo Crocifisso, le cantine e i vicoli hanno continuato a raccontare una storia che difficilmente potrebbe essere trasferita altrove senza perdere significato. È questa la differenza tra organizzare un evento e custodire una tradizione. Il primo può essere replicato. La seconda appartiene a qualcuno. Dal 10 al 13 settembre Manciano ha festeggiato trent’anni delle sue Cantine. Ma soprattutto, per quattro giorni, ha festeggiato se stessa.



