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Gianni Agnelli: icona di stile senza tempo

Il suo nome era Giovanni, come quello del nonno, ma tutti lo conoscevano (e lo conoscono ancora oggi) come Gianni o l’Avvocato. Uomo affascinante, ricco, amante dello sport e dell’arte, è stato un grande protagonista dell’economia italiana e icona di stile ed eleganza.

Si tratta di Gianni Agnelli, nato a Torino il 12 marzo del 1921 e morto il 24 gennaio 2003, all’età di 82 anni. Secondo di sette fratelli, è rimasto orfano di padre a soli 14 anni, il che lo porta a stringere un legame saldo e profondo con il nonno, celebre per aver fondato la FIAT (Fabbrica Italiana Automobili Torino).

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Gianni Agnelli, una vita tra Fiat e Juventus

Nel 1945, a seguito della morte del nonno, il timone dell’azienda non passa subito nelle mani di Gianni ma in quelle di Vittorio Valletta, un manager di grande successo che, per i vent’anni successivi, guiderà la FIAT verso un grandissimo successo. Al nipote vengono assegnate cariche onorarie e di rappresentanza, oltre che la presidenza della Juventus, concedendogli così il tempo di laurearsi in Giurisprudenza e godere della sua giovane età prima di essere totalmente coinvolto dalle dinamiche aziendali.

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Nel 1953 Gianni Agnelli sposa la principessa Marella Caracciolo di Castagneto, con la quale trascorrerà il resto della sua vita dando alla luce due figli, Edoardo (morto probabilmente suicida nel 2001) e Margherita, sposata prima con Alain Elkann (con il quale ha avuto tre figli, Jonh Jacob, Lapo e Ginevra) e poi con Serge de Pahlen, un nobile russo (con il quale ha avuto altri cinque figli).

Finalmente, nel 1966 Gianni Agnelli ottiene la guida della FIAT; gli anni del boom economico sono ormai terminati, quindi si trova ad affrontare una situazione piuttosto complicata (il cosiddetto “autunno caldo”), caratterizzata da forti tensioni sociali. Nonostante ciò, nel 1969 e nel 1970 acquisisce la Ferrari e la Lancia e apre nuove unità produttive in Spagna, Polonia, Brasile, Yugoslavia, Argentina e Turchia.

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Gianni Agnelli, storia di un avvocato

Nel 1974 viene eletto Presidente di Confindustria, carica che mantiene fino al 1976. Qualche anno dopo, nel 1979, si ritrova costretto a licenziare oltre 14mila persone per via di una profonda crisi economica, il che lo pone al centro di durissimi scontri tra l’azienda, i sindacati e il Partito Comunista. A seguito delle numerose pressioni, Agnelli rinuncia ai licenziamenti e opta per la cassa integrazione di 23mila dipendenti. Questo segna una svolta definitiva per la FIAT.

Grazie al supporto di Cesare Romiti, Gianni Agnelli riesce a rilanciare l’azienda in campo internazionale, trasformandola in una holding multisettoriale, interessata quindi non solo alle automobili, ma anche all’editoria e alle assicurazioni. La scelta si rivela vincente e il presidente riesce a imporsi come figura di spicco sia in Italia che nel mondo, oltre che a diventare un’icona di stile ed eleganza per via del suo abbigliamento stravagante (ripreso successivamente dal nipote Lapo) completo di orologio sul polsino.

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Nel 1991 Gianni Agnelli viene nominato senatore a vita da Francesco Cossiga; nel 1996 decide di lasciare la presidenza al compagno di viaggio Cesare Romiti, al quale succede Paolo Fresco. In realtà, il posto doveva essere del fratello di Gianni, Giovanni Alberto Agnelli, morto però prematuramente per un tumore al cervello, il che lascia spazio al primogenito di Margherita, cioè John Elkann.

Gianni Agnelli è morto nel 2003 nella sua residenza Villa Frescòt dopo aver affrontato una lunga malattia. In suo onore è stata allestita una camera ardente nella pinacoteca del Lingotto, mentre il funerale (trasmesso in diretta su Rai1) si è svolto al Duomo di Torino.

Gianni Agnelli, l’eleganza del Mito attraverso le sue più celebri frasi

La sua immagine, il suo stile, il suo modo di comunicare e approcciarsi ai suoi dipendenti rimarranno sempre nel cuore di chi lo ha conosciuto, o di chi ha avuto semplicemente modo di sentirne parlare. E di certo, rimarranno memorabili almeno 15 frasi da lui pronunciate nel corso della sua vita:

“La creatività è il piacere più grande. É il solo valore aggiunto della vita, capace di comprendere tutti gli altri”.

“Tutto quello che ho l’ho ereditato. Ha fatto tutto mio nonno. Devo tutto al diritto di proprietà e al diritto di successione, io vi ho aggiunto il dovere della responsabilità”.

“La mia vita coincide per tre quarti con quella della Fiat. E il mio rapporto con la Fiat è per metà di memoria e per metà di vissuto”.

“Un padrone che non esige che un’impresa dia profitto è un pessimo padrone”.

“Si può fare tutto, ma la famiglia non si può lasciare”.

“Ho conosciuto mariti fedeli che erano pessimi mariti. E ho conosciuto mariti infedeli che erano ottimi mariti. Le due cose non vanno necessariamente insieme”.

“Ognuno è playboy. Tutti ci provano, alcuni ci riescono, altri no”.

“Un uomo che non piange non potrà mai fare grandi cose”.

“Gli uomini si dividono in due categorie: gli uomini che parlano di donne e gli uomini che parlano con le donne. Io di donne preferisco non parlare”.

Io non ho nessuna passione per la politica e per i politici. Riconosco che è un’attività necessaria e anzi che, almeno in teoria, è la più nobile di tutte, quella che gestisce gli interessi della polis, della comunità. Ma non mi piace l’inevitabile parzialità dei partiti e l’altrettanto inevitabile egoismo di chi li guida”.

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“Non chiamatemi senatore. Ogni volta che sento questa parola penso a mio nonno, che per me e la famiglia è tutto. Il senatore è lui. Il mio nome d’arte è Avvocato Agnelli, ed è giusto così”.

“L’Italia digerisce tutto, la sua forza sta nella mollezza degli apparati, nella pieghevolezza degli uomini politici, nelle capacità di adattamento degli italiani”.

“Non tutti gli italiani tifano per la Nazionale, mentre tutti gli italiani e il cinquanta per cento dei non italiani tifano Ferrari”.

“La Juve è per me l’amore di una vita intera, motivo di gioia e orgoglio, ma anche di delusione e frustrazione, comunque emozioni forti, come può dare una vera e infinita storia d’amore”.

“La passione per l’arte cresce con la maturità. Mio padre mi portava fin da bambino a visitare i musei perché riteneva che il bello educasse, che il gusto affinasse dall’infanzia, e aveva ragione”.

Copertina: cameralook

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