Capodanno Veneto – stato un tempo in cui in Veneto l’anno nuovo non arrivava con il gelo di gennaio, ma con la
prima luce di marzo. Un tempo in cui il calendario seguiva la terra, non le convenzioni. Nella
gloriosa Repubblica di Venezia l’anno iniziava il 1° marzo. Era il Cao de Ano, il vero Capodanno
Veneto. E non era una formalità amministrativa: era un atto simbolico, agricolo, quasi cosmico.
Perché l’anno nuovo comincia quando la vita ricomincia.
Marzo segnava il risveglio dei campi, la ripresa dei commerci, la fine dell’immobilità invernale. Non
si trattava solo di agricoltura: era una visione del mondo.
Ancora oggi i nomi dei mesi — settembre, ottobre, novembre, dicembre — custodiscono quella
memoria antica. Dal latino septem, octo, novem, decem: erano il settimo, l’ottavo, il nono e il
decimo mese. Perché il primo era marzo. La sera del 1° marzo i paesi si trasformavano.
Gruppi di giovani — gli sciàpi — percorrevano le strade con campanacci, bidoni, corni, qualsiasi oggetto
capace di produrre rumore. Non musica. Non armonia. Rumore puro. Voluto. Ritmato. Quasi
tribale. Si fermavano sotto le finestre delle ragazze da marito. Dopo il frastuono, arrivava
l’annuncio: il nome di un possibile sposo. A volte reale. A volte inventato. Sempre accompagnato
da filastrocche in dialetto e risate collettive.
Era il Batimarso. Un rito di passaggio. Un gioco sociale. Una provocazione pubblica. Un modo
diretto per dire: l’inverno è finito, ora si ricomincia. Capitava che alle ragazze più altezzose
venissero attribuiti pretendenti improbabili: vecchi, poveracci, scapoli noti per la loro scarsa
fortuna. E allora la risposta arrivava dall’alto: secchiate d’acqua, catini, talvolta perfino vasi da
notte. Il Batimarso non aveva nulla di raffinato. Era popolare, ruvido, autentico. Ma dentro quel caos
c’era un ordine preciso: la comunità si riconosceva, si metteva in scena, si misurava.
Si rideva insieme. Si cresceva insieme. Il significato profondo del rumore Dietro il baccano si nascondeva un
gesto arcaico. Il rumore serviva a: scacciare gli spiriti dell’inverno allontanare la sfortuna
“svegliare” simbolicamente la terra propiziare fertilità e abbondanza Riti simili attraversano l’Europa
contadina. Il suono come atto magico. Il frastuono come energia collettiva. Il Batimarso univa
questo patrimonio simbolico alla vita sociale: il matrimonio, la continuità, il futuro del villaggio.
Come mi ha spiegato uno dei maggiori studiosi di tradizioni popolari venete, “il Batimarso non era
una goliardata, ma un rito agrario travestito da scherzo. Il rumore era un linguaggio. Serviva a
ricordare alla natura — e agli uomini — che era tempo di rinascere”.
Oggi il Capodanno Veneto viene rievocato in diverse località con eventi culturali e ricostruzioni storiche. Il Batimarso, nella
sua forma originaria, è quasi scomparso. Eppure il suo messaggio resta sorprendentemente
attuale. In un’epoca che misura il tempo in notifiche e scadenze digitali, quell’idea antica conserva
una forza disarmante: l’anno non inizia per convenzione, ma quando la luce torna a vincere sul
buio.



