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«Il Made in Italy al volante dell’export italiano: numeri, rischi e prospettive 2026»

Nel panorama economico italiano, il comparto del Made in Italy emerge come uno dei motori
principali dell’export nazionale. Secondo lo studio Cerved Group S.p.A. “Made in Italy Monitor
2025”, le imprese attive in questa dimensione – pari a circa 76.000 aziende, ovvero il 7,8 % delle
società di capitali – generano da sole il 47,2 % dell’export italiano, ovvero oltre 200 miliardi di euro.
Nel 2023 queste imprese hanno registrato un fatturato complessivo vicino ai 637 miliardi di euro e
un valore aggiunto pari a 155 miliardi, rappresentando il 17,2 % del totale delle società di capitali
italiane.


Il decennio 2014-2023 ha visto il Made in Italy crescere a un tasso medio annuo del +4,3 %,
superiore al manifatturiero italiano (+3,7 %).
I settori chiave che hanno trainato questa performance includono i Mezzi di Trasporto e
l’Agroalimentare (entrambi in crescita intorno al +5 %) e l’Automazione e Meccanica (+4,6 %).
Geograficamente il 27 % delle imprese del Made in Italy opera nel Nord-Ovest, il 25,7 % nel Nord-
Est, il 22,2 % al Centro e il 18,6 % nel Sud.
Dal punto di vista patrimoniale e creditizio, l’indicatore CGS (Cerved Group Score) segnala un
miglioramento significativo: negli ultimi dieci anni la quota di imprese “sicure” è salita dal 14,4 % al
35,7%, mentre quelle “a rischio” sono scese dall’8,6 % al 6,1 %.


Prospettive al 2026


Secondo le stime Cerved, i ricavi del comparto Made in Italy cresceranno solo leggermente nei
prossimi anni, con un +0,2 % previsto per il 2025 e un +1,5 % per il 2026.
Va tuttavia segnalato che ci sono disparità tra settori: ad esempio i Mezzi di Trasporto sono attesi
in contrazione (-1 % nel 2025) a causa della crisi dell’automotive; in controtendenza il
Farmaceutico, con tassi annui superiori al +4 %; positivo anche l’Agroalimentare, con una crescita
cumulata stimata intorno all’8 %.
Dal punto di vista della redditività, il margine EBITDA delle imprese del Made in Italy rimane sopra
la media nazionale, con una differenza di circa 0,4 punti percentuali.
Per quanto riguarda la redditività del capitale investito (ROIC), le imprese del Made in Italy
dovrebbero mantenersi stabili al 6,5%, mentre il manifatturiero più in generale scenderà al 6,3%
nel 2026.


Rischi e sostenibilità


Sul fronte ambientale, circa una impresa su quattro del Made in Italy è esposta a rischi elevati
legati a eventi climatici estremi, una percentuale superiore alla media nazionale (una su cinque) e
che richiede investimenti nella transizione ecologica.
Sul fronte ESG, più del 60 % delle imprese del Made in Italy ottiene una valutazione “eccellente”
nei rating della Cerved Rating Agency, in linea con il totale manifatturiero.

Analisi finanziaria

Da una prospettiva di lungo termine (5-10 anni), il settore Made in Italy rappresenta un’opportunità
interessante ma con rendimenti potenzialmente modesti e rischi da monitorare. Il fatto che generi
quasi la metà dell’export italiano ne fa un pilastro dell’economia nazionale: un driver che può
conferire stabilità nei periodi volatili. Tuttavia le previsioni di crescita molto moderate (+0,2% nel
2025, +1,5% nel 2026) indicano che il potenziale di espansione è ormai in una fase matura. Da un
punto di vista valutativo, ciò suggerisce che gli investitori dovranno puntare su fattori distintivi:
leadership di nicchia, export ad alto valore aggiunto, catene produttive resilienti e governance ESG
solida. Il miglioramento del profilo creditizio è un fattore positivo: la crescita della quota di imprese
“sicure” riduce il rischio sistemico nel comparto.

Ma l’esposizione ai rischi climatici e la debole
ripresa nei settori più vulnerabili (come automotive) richiedono vigilanza. In termini di allocazione
del capitale, un investitore potrebbe privilegiare segmenti del Made in Italy con forte dinamica (es.
Farmaceutico, Agroalimentare premium) piuttosto che settori in contrazione. Dal punto di vista
delle valutazioni, il differenziale di margini EBITDA sopra la media suggerisce un premio di qualità,
ma la modesta crescita attesa limita la possibilità di rendimenti elevati nel breve termine. In
conclusione: il Made in Italy è un asset strategico per il Paese e per gli investitori orientati alla
stabilità, all’export e alla sostenibilità. Ma serve selezione accurata, visione di medio termine e
attenzione ai segnali di innovazione e resilienza.

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