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Cantine Aperte 2026 – il vino diventa esperienza di viaggio


Dalle Langhe all’Etna, percorsi tra aziende vinicole, colline coltivate e sapori del
territorio

L’ultimo weekend di maggio riporta il vino nei suoi luoghi d’origine: tra filari, cortili agricoli,
borghi e paesaggi che cambiano da regione a regione. Sabato 30 e domenica 31 maggio torna
Cantine Aperte 2026,
l’appuntamento del Movimento Turismo del Vino che invita a entrare
nelle aziende, conoscere i produttori e vivere la degustazione come parte di un’esperienza più
ampia. Italian Traditions propone un itinerario attraverso alcune delle aree più interessanti
d’Italia, dove il calice diventa il punto di partenza per scoprire territori, sapori locali e tradizioni
legate alla cultura della vite.


Nata all’inizio degli anni Novanta, Cantine Aperte è una delle iniziative che più hanno
contribuito a rendere il vino accessibile anche fuori dagli spazi tecnici dell’assaggio. La visita
in cantina non si limita alla scelta di un’etichetta: permette di osservare dove avviene la
vinificazione, capire il lavoro in vigna, attraversare sale di affinamento, ascoltare la storia delle
aziende e incontrare chi segue il prodotto dalla terra alla bottiglia. Per questo l’evento è
diventato, nel tempo, anche una forma di turismo lento, costruita su percorsi brevi, soste nei
paesi, tavole regionali e paesaggi agricoli.


In Veneto, la varietà delle aree coinvolte consente percorsi molto diversi tra loro. La
Valpolicella richiama chi vuole conoscere da vicino vini legati all’appassimento e a una lunga
tradizione di rossi strutturati; i Colli Euganei offrono invece un contesto più appartato, tra
rilievi morbidi, ville, abbazie e piccoli centri storici. Più a est, le colline del Prosecco uniscono
visita in cantina, strade panoramiche e soste nei paesi, mentre l’area del Garda introduce un
legame diverso tra vigneti, lago e cucina locale. Nell’ultimo weekend di maggio, queste zone
permettono di alternare assaggi, passeggiate e momenti all’aperto, trasformando la visita in
un percorso tra vino e territorio.


Il Piemonte è una delle regioni in cui Cantine Aperte trova un legame naturale con il
paesaggio. Tra Langhe, Roero, Monferrato, Colline Novaresi e Canavese, il vino si intreccia
con colline vitate, cascine, castelli e borghi che mostrano un rapporto profondo con la
produzione vitivinicola. Un itinerario può partire dalle Langhe, dove il Nebbiolo dà origine a
Barolo e Barbaresco, raggiungere il Roero con l’Arneis e allargarsi al Monferrato, terra di
Barbera, Moscato e spumanti metodo classico. Qui Cantine Aperte può diventare una
giornata tra degustazioni guidate, camminate panoramiche, merende nei cortili e soste nei
piccoli centri storici.

La Toscana resta una delle mete più forti per chi associa l’enoturismo alla bellezza dei luoghi.
Dal Chianti a Montalcino, da Montepulciano a Bolgheri, fino alla Maremma, la regione
propone un’idea di viaggio in cui cantine, borghi medievali, strade bianche e colline coltivate si
richiamano continuamente. L’iniziativa permette di entrare in aziende storiche e realtà più
piccole, seguire visite nei vigneti, assaggiare Sangiovese, Brunello, Nobile, Vermentino o
grandi rossi della costa, spesso in abbinamento con olio, salumi, formaggi e cucina locale. È
una proposta adatta sia a chi cerca degustazioni più tecniche sia a chi vuole vivere una
giornata lenta tra paesi, campagne e tavole del territorio.


L’Abruzzo aggiunge un’altra prospettiva, meno legata all’immaginario più consolidato
dell’enoturismo italiano ma molto interessante per equilibrio tra paesaggio e identità
produttiva. Le colline teatine, il Teramano, le zone interne e le aree vicine alla costa
compongono una regione in cui vigneti, montagne e mare restano spesso a breve distanza.
Montepulciano d’Abruzzo, Cerasuolo, Pecorino e Trebbiano diventano il filo conduttore per
scoprire cantine familiari, borghi arroccati, strade rurali e prodotti della tradizione. In questo
contesto, l’esperienza non riguarda soltanto il vino, ma anche il modo in cui una regione
agricola ha saputo trasformare la propria vocazione in accoglienza.


La Campania offre un itinerario particolarmente ricco per chi vuole unire vino, storia e aree
interne. L’Irpinia ha un ruolo centrale, con Fiano di Avellino, Greco di Tufo e Taurasi,
etichette nate tra colline alte, paesi di crinale e vigneti spesso lontani dalle rotte più
frequentate. Da qui lo sguardo può allargarsi al Sannio, dove la Falanghina accompagna una
viticoltura presente tra colline e piccoli centri, oppure raggiungere le zone vulcaniche dei
Campi Flegrei e del Vesuvio, dove suoli e vitigni danno ai calici un’impronta precisa. In
questa parte della regione, Cantine Aperte consente di guardare oltre la costa e di entrare in
aziende che raccontano una Campania agricola, storica e meno prevedibile.


In Sicilia, il vino diventa una chiave per attraversare paesaggi molto lontani tra loro. L’Etna
propone vigneti coltivati su terreni vulcanici, terrazzamenti, pietra lavica e cantine che
lavorano in quota; Marsala richiama una lunga storia produttiva e commerciale; l’area di Noto
e quella di Vittoria raccontano invece un Sud mediterraneo fatto di campagne assolate,
architetture rurali e vitigni autoctoni. Le degustazioni possono intrecciarsi con visite nei bagli,
passeggiate tra le vigne, assaggi di prodotti locali e soste in borghi barocchi o piccoli centri
dell’entroterra. Qui il vino cambia registro da una zona all’altra: più verticale sull’Etna, più
legato alla memoria produttiva a Marsala, più mediterraneo tra Noto e Vittoria.


Dal Nord al Sud, Cantine Aperte 2026 conferma quindi il valore di una formula semplice ma
efficace: aprire le porte delle cantine e trasformare il produttore in guida del territorio.

Prima di partire, è importante consultare i programmi regionali e prenotare le esperienze
scelte, perché orari, costi, attività e modalità di visita variano da azienda ad azienda. Il senso
del weekend, però, resta comune: rallentare, entrare nei luoghi della produzione, assaggiare

con maggiore consapevolezza e capire che dietro ogni vino non c’è solo una denominazione,
ma un paesaggio, una comunità e un modo specifico di raccontare l’Italia.

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