Dal cantiere Fincantieri alla traversata del 1992, la storia del record del Nastro
Azzurro ancora imbattuto
Nel 1992 una nave italiana attraversò l’Atlantico in meno di tre giorni. Si chiamava Destriero e
coprì la rotta tra New York e l’Inghilterra entrando nella storia della navigazione. Italian
Traditions propone un viaggio dentro un’impresa poco ricordata, ma ancora oggi capace di
raccontare il livello raggiunto dalla cantieristica nazionale e dalla progettazione navale in una
delle sfide più affascinanti del Novecento marittimo.
Il Destriero nasce all’inizio degli anni Novanta con un obiettivo preciso: riportare l’attenzione
sul Nastro Azzurro, il riconoscimento legato alla traversata atlantica più rapida. Non si
trattava di una nave comune, né di un’imbarcazione pensata per il trasporto passeggeri. Era
un mezzo costruito per affrontare l’oceano al limite delle prestazioni, progettato intorno a
leggerezza, potenza e resistenza. Fincantieri lo realizzò nei cantieri di Muggiano e Riva Trigoso
tra il 1990 e il 1991, in circa 270 giorni; all’epoca era considerato il più grande scafo in lega
leggera mai costruito.
Lungo 67,7 metri, largo circa 13 e spinto da 60.000 cavalli, il Destriero univa soluzioni
proprie dell’ingegneria navale avanzata a un’impostazione quasi sportiva. La propulsione a
idrogetti gli permetteva di mantenere andature eccezionali, mentre la carena era studiata per
reggere le sollecitazioni di una rotta complessa come quella atlantica.
La partenza avvenne il 6 agosto 1992 da Ambrose Light, al largo di New York. L’arrivo fu
registrato il 9 agosto al faro di Bishop Rock, nelle isole Scilly, in Inghilterra. In mezzo, 3.106
miglia nautiche percorse senza rifornimento in 58 ore, 34 minuti e 50 secondi, alla media di
53,09 nodi, pari a oltre 98 chilometri orari. Il Destriero migliorò di circa 21 ore il precedente
primato detenuto dal catamarano britannico Hoverspeed Great Britain.
A bordo c’era un equipaggio ridotto, guidato da uomini abituati alla competizione e alla
navigazione ad alte prestazioni. L’impresa era sostenuta dall’Aga Khan e legata allo Yacht
Club Costa Smeralda, il cui guidone accompagnò la traversata. Dietro il record non c’era
soltanto la ricerca della velocità, ma anche la volontà di dimostrare cosa potesse produrre
l’industria navale italiana quando tecnologia, progettazione e ambizione procedevano nella
stessa direzione.
Il risultato fu straordinario perché non apparteneva al mondo simbolico dei grandi
transatlantici del passato, ma a una fase nuova della storia marittima. Il Nastro Azzurro era
nato nell’epoca in cui le compagnie di navigazione si sfidavano sulla rapidità dei collegamenti
tra Europa e America. Con l’avvento dell’aereo, quella competizione aveva perso centralità,
ma il suo valore tecnico e narrativo era rimasto intatto: misurarsi con l’Atlantico significava
ancora confrontarsi con il mare, con il limite dei materiali e con la capacità di controllo di una
macchina estrema.
Da allora il record del Destriero è rimasto imbattuto. Più di trent’anni dopo, quella traversata
conserva un fascino particolare proprio perché sembra appartenere a un’altra epoca: un
tempo in cui una sfida sull’oceano poteva ancora diventare racconto nazionale, prova
industriale e gesto sportivo. Il Destriero non fu soltanto una nave da primato, ma una sintesi di
competenze: cantieri, ingegneri, tecnici, equipaggio, visione imprenditoriale.
Oggi il suo nome torna spesso come curiosità, quasi come una storia dimenticata. Eppure,
dietro quei numeri — 67 metri di alluminio, 60.000 cavalli, 3.106 miglia in meno di
sessanta ore — resta una delle imprese più sorprendenti della marineria contemporanea. Un
primato nato nei cantieri liguri e conquistato in Atlantico, dove il Destriero continua
idealmente a correre più veloce di tutti.
