Nel 1958, lungo l’Autostrada dei Laghi, apparve una costruzione che sembrava arrivata dallo spazio: un edificio circolare di vetro sovrastato da tre gigantesche arcate. Era l’Autogrill Pavesi di Villoresi Ovest, progettato da Angelo Bianchetti.
Più di sessant’anni dopo è ancora lì, a raccontare l’epoca in cui l’automobile, le vacanze e una sosta in autostrada rappresentavano la promessa di un’Italia nuova.
Bisognerebbe provare a guardarlo con gli occhi di un automobilista del 1958. Niente navigatori, niente smartphone, niente catene internazionali identiche da un’autostrada all’altra. Davanti al parabrezza corre una strada che, per milioni di italiani, rappresenta già qualcosa di straordinariamente moderno. Poi, all’altezza di Lainate, compare una struttura difficile da dimenticare. Tre enormi archi bianchi si alzano verso il cielo. Sotto, quasi sospeso nel paesaggio autostradale, c’è un edificio circolare avvolto dal vetro. In cima campeggia il nome Pavesi. Non sembra una trattoria. Non sembra una stazione di servizio. Assomiglia piuttosto a una macchina costruita per un futuro che deve ancora arrivare. Era Villoresi Ovest. E quel futuro, per l’Italia, stava effettivamente arrivando.
1958, l’Italia comincia a correre
L’Autogrill Villoresi Ovest venne inaugurato nel 1958 lungo l’Autostrada dei Laghi, nel territorio di Lainate, alle porte di Milano. Il progetto portava la firma dell’architetto Angelo Bianchetti, figura destinata a lasciare un segno profondo nell’architettura commerciale e autostradale italiana. Ma per capire perché quell’edificio sia diventato così importante bisogna dimenticare per un momento ciò che oggi intendiamo con la parola autogrill. Alla fine degli anni Cinquanta l’Italia stava entrando in una delle trasformazioni economiche e sociali più rapide della propria storia. Le fabbriche producevano. Le città crescevano. Le famiglie cominciavano ad acquistare frigoriferi, televisori, elettrodomestici. E soprattutto automobili. Fiat 500 e 600 non erano soltanto mezzi di trasporto. Erano simboli di emancipazione. Possedere un’automobile significava poter partire.
Mario Pavesi aveva capito tutto prima
La storia era cominciata qualche anno prima. Mario Pavesi, imprenditore piemontese legato all’omonima azienda dolciaria, aveva intuito che le nuove strade italiane non sarebbero state soltanto infrastrutture per spostarsi. Sarebbero diventate luoghi del consumo. Già nel 1947 aveva aperto lungo la Torino-Milano, nei pressi di Novara, un punto di ristoro legato al biscottificio Pavesi. L’idea era semplice ma destinata ad avere conseguenze enormi: intercettare gli automobilisti durante il viaggio e offrire loro un luogo nel quale fermarsi, mangiare e acquistare prodotti. Oggi sembra normale. Nell’Italia del dopoguerra non lo era affatto.
La strada diventa mercato
Pavesi comprese che la motorizzazione avrebbe creato nuove abitudini. L’automobilista non era soltanto una persona in transito. Era un nuovo consumatore. Aveva bisogno di carburante, naturalmente, ma anche di caffè, panini, dolci, ristorazione e prodotti da portare a casa. L’autostrada stava generando una geografia commerciale completamente nuova. E questa geografia aveva bisogno di una propria architettura. È qui che entra in scena Angelo Bianchetti.
L’architetto della velocità
Bianchetti aveva esperienza nel mondo della comunicazione, degli allestimenti e dell’architettura pubblicitaria. Capì perfettamente il problema progettuale: lungo un’autostrada un edificio non può comportarsi come un edificio urbano. Deve essere riconoscibile da lontano. Deve parlare a qualcuno che si sta muovendo rapidamente. Non può aspettare che il passante si fermi davanti alla vetrina. Deve catturarne l’attenzione centinaia di metri prima. Villoresi Ovest nacque da questa logica. Architettura e pubblicità diventavano la stessa cosa.
Tre archi nel cielo
La soluzione progettata da Bianchetti fu radicale. Il ristorante aveva pianta circolare e grandi superfici vetrate. Sopra l’edificio si innalzava il gigantesco tripode formato dalle tre arcate, capace di portare l’insegna Pavesi a circa 51 metri di altezza. Non serviva un cartellone accanto al ristorante. Il ristorante stesso era il cartellone. La struttura poteva essere riconosciuta da lontano mentre l’automobile si avvicinava. Era pubblicità trasformata in architettura.
Un’astronave sulla Milano-Laghi
Non sorprende che l’edificio sia stato paragonato nel tempo a un’astronave o a una rampa di lancio. Quelle forme appartenevano perfettamente all’immaginario dell’epoca. Erano gli anni della corsa allo spazio, della tecnologia celebrata come promessa, dell’energia atomica, dei nuovi materiali e di una fiducia nel progresso che oggi appare quasi irripetibile. Anche un ristorante autostradale poteva quindi assumere forme futuristiche. Anzi, doveva farlo. Chi viaggiava verso Milano o verso i laghi non vedeva soltanto un luogo nel quale bere un caffè. Vedeva materializzarsi un’idea di modernità.
Mangiare guardando le automobili
Le grandi pareti vetrate avevano un significato preciso. Il viaggio entrava dentro il locale. Le automobili continuavano a scorrere mentre si mangiava. Il traffico non era qualcosa da nascondere. Era lo spettacolo. Per comprenderlo dobbiamo liberarci della percezione contemporanea dell’autostrada come spazio inevitabile e spesso stressante. Negli anni del boom l’autostrada rappresentava una conquista. Andare a vedere le automobili, percorrere una nuova arteria, fermarsi in un punto di ristoro moderno poteva diventare parte della gita domenicale.
Il rito della domenica
Negli anni successivi gli autogrill diventarono vere destinazioni. Le famiglie salivano in macchina, partivano e si fermavano per pranzo. I bambini guardavano le automobili. Gli adulti entravano nei bazaar, antesignani degli attuali market, dove potevano trovare prodotti conosciuti attraverso la televisione e la pubblicità. La sosta autostradale entrava nella società dei consumi proprio mentre la società dei consumi stava nascendo.
La modernità aveva il sapore di un panino
È difficile spiegare oggi quanto potesse apparire moderno consumare un pasto lungo l’autostrada. Oggi mangiare durante un viaggio è un gesto quasi automatico. Allora era parte di un nuovo stile di vita. La velocità modificava anche il rapporto con il cibo. Non era più necessario entrare in paese, cercare una trattoria e dedicare molto tempo alla sosta. Il servizio si adattava alla strada. Il viaggiatore poteva fermarsi, mangiare, acquistare qualcosa e ripartire. L’Italia scopriva una nuova dimensione del consumo.
Prima del ponte c’era Villoresi
Quando pensiamo agli autogrill storici italiani, l’immagine più famosa è probabilmente quella dei ristoranti costruiti sopra l’autostrada. Ma Villoresi Ovest arrivò prima. Nel 1959, appena un anno dopo, Bianchetti avrebbe progettato per Pavesi a Fiorenzuola d’Arda quello che viene ricordato come il primo autogrill a ponte d’Europa. Una galleria vetrata attraversava la carreggiata permettendo ai clienti di mangiare osservando le automobili passare sotto di loro. Il concetto sarebbe stato replicato e avrebbe segnato l’immaginario autostradale italiano degli anni Sessanta. Villoresi appartiene quindi al momento immediatamente precedente, quello nel quale l’architettura della sosta stava ancora inventando il proprio linguaggio.
Pavesi, Motta, Alemagna: la battaglia delle autostrade
Il successo non passò inosservato. Pavesi non era sola. Motta e Alemagna entrarono nella competizione per conquistare gli automobilisti italiani. Le autostrade diventarono così terreno di una sorprendente gara tra industria alimentare, comunicazione e architettura. Nacquero Motta-grill, autobar Alemagna e Autogrill Pavesi. Ogni marchio cercava visibilità. E per essere visibili a cento chilometri orari servivano edifici spettacolari. Da questa concorrenza nacque una stagione straordinaria dell’architettura commerciale italiana.
L’autostrada come vetrina dell’Italia
Il fenomeno raccontava perfettamente il Paese. Da una parte c’erano le industrie alimentari che stavano diventando marchi nazionali. Dall’altra la costruzione della rete autostradale. Nel mezzo c’era una popolazione che cominciava a muoversi, consumare e andare in vacanza. L’Autogrill diventava il punto nel quale queste trasformazioni si incontravano. Era ristorante, negozio, insegna pubblicitaria e architettura.
Life guarda Lainate
Villoresi attirò anche l’attenzione internazionale. Il 26 settembre 1960 la rivista americana Life dedicò spazio alla struttura all’interno di un servizio sull’Italia e sulla rinascita economica europea. Non era un riconoscimento secondario. L’Italia uscita dalla guerra da appena quindici anni riusciva a presentarsi all’estero attraverso un’immagine completamente diversa: dinamica, industriale, sofisticata, capace di produrre design e architettura contemporanea. Un punto di ristoro autostradale diventava così ambasciatore involontario del miracolo economico.
L’Italia che voleva essere moderna
La forza simbolica di Villoresi sta proprio qui. Non è necessario considerarlo soltanto per la qualità architettonica. Bisogna osservarlo come documento storico. Quelle arcate raccontano ciò che l’Italia pensava di poter diventare. Un Paese moderno, industriale, mobile. Un Paese nel quale l’automobile avrebbe accorciato le distanze e le nuove infrastrutture avrebbero unito città e territori. Naturalmente sappiamo che quella modernizzazione avrebbe avuto anche costi ambientali, urbanistici e sociali. Ma nel 1958 prevaleva l’entusiasmo.
Partire diventa possibile
Prima della motorizzazione di massa il viaggio era un’esperienza molto diversa per la maggior parte delle famiglie. Con l’utilitaria cambia tutto. Milano può raggiungere i laghi. Torino può avvicinarsi alla Liguria. Le ferie estive diventano un fenomeno di massa. Le domeniche fuori porta si moltiplicano. L’autostrada non collega soltanto due punti geografici. Cambia il modo in cui gli italiani immaginano il proprio tempo libero.
Il design italiano anche sulla strada
Quando si parla di Made in Italy negli anni del boom vengono immediatamente in mente automobili, scooter, mobili, moda ed elettrodomestici. Ma il successo del design italiano fu anche capacità di progettare i luoghi della nuova società. Stazioni, negozi, padiglioni fieristici, distributori e aree di ristoro partecipavano alla stessa trasformazione. Villoresi dimostra che persino una sosta autostradale poteva diventare progetto culturale.
Poi il futuro diventò quotidiano
È il destino di quasi tutte le innovazioni. Prima sorprendono, poi diventano normali. L’autostrada perse progressivamente il carattere spettacolare delle origini. Le automobili aumentarono. Arrivarono traffico e code. Le aree di servizio si moltiplicarono e vennero standardizzate. Fermarsi per un caffè smise di essere un’esperienza moderna e diventò semplicemente una necessità del viaggio. Anche l’architettura cambiò. Molte strutture della grande stagione autostradale furono trasformate, demolite o persero la propria funzione originaria.
Villoresi rimase
A Lainate, però, il grande tripode continuò a segnare il paesaggio. Il tempo inevitabilmente impose interventi e adeguamenti. Nel 2020 Villoresi Ovest venne sottoposto a un importante progetto di ricostruzione conservativa. I lavori interessarono soprattutto la struttura sottostante, mentre il caratteristico tripode ad arco venne preservato. Il progetto mantenne il riferimento all’idea originaria di Bianchetti introducendo impianti, materiali e soluzioni compatibili con gli standard contemporanei.
