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Dario Fo, Il sommo giullare

 

Attore, drammaturgo, regista, scrittore, pittore, scenografo, attivista, uomo di teatro a tutto tondo, Dario Fo ha avuto, senza alcuna ombra di dubbio, il merito di rivoluzionare con maestria ed eleganza il mondo dell’arte italiana, insieme con la moglie e attrice teatrale Franca Rame. Una vita fortunata e straordinaria, quella di Dario, figlio di un ferroviere e di una contadina, che muove i primi passi nel mondo artistico dopo aver lasciato il suo paesino del lago Maggiore.

Una vita sempre diversa, una dentro l’altra, riflesse come in un gioco di specchi capace di moltiplicare il tempo e le storie. Dagli anni dell’Accademia di Brera di Milano, così ricchi di stimoli culturali, ai brutti mesi con la divisa della Repubblica di Salò «per non finire deportato in Germania». Dai testi radiofonici del Poer nano all’esordio con Franco Parenti e Giustino Durano al Piccolo Teatro con Il dito nell’occhio, uno spettacolo di satira sociale e politica, fino all’unica esperienza cinematografica, con Carlo Lizzani, che gli cuce su misura il film Lo svitato.

Ma è l’incontro con Franca Rame, compagna per sempre, a segnare la sua vita. Amore a prima vista, matrimonio borghese, un’unione salda dentro e fuori scena. Con lei prendono forma “Gli Arcangeli non giocano a flipper“, “Chi ruba un piede è fortunato in amore“, “La signora è da buttare“.

Poi, nel 1969, il grande successo di Mistero Buffo, la sua opera più celebre, dove Fo riprende a modo suo la lezione dei fabulatori e dei cantastorie, raccontando tra sacro e profano, sberleffi e commozione, le storie della Bibbia e dei Vangeli, di papi tronfi e di villani sagaci. Negli anni Settanta un susseguirsi di satire pungenti, sulle quali Dario spandeva a piene mani il suo grammelot, folle assemblaggio di suoni di parlate diverse, nonsense linguistici.

Un’invenzione narrativa che, insieme all’imponente corpus drammaturgico, quasi un centinaio di testi teatrali, gli valse nel 1997 il Premio Nobel per la letteratura, con la seguente motivazione: “Perché, seguendo la tradizione dei giullari medievali, dileggia il potere restituendo la dignità agli oppressi”.

Creare meraviglia vuol dire suscitare l’incanto in chi ti guarda. E attraverso il coinvolgimento passano al pubblico molte cose, per questo fare teatro è il mestiere più straordinario del mondo. Con queste parole Dario Fo aveva descritto il suo ruolo di artista quando, per il suoi 90 anni, era stato intervistato dal Fatto Quotidiano. Dario Fo anticonformista, Dario Fo uomo libero, anticlericale, le sue opere intrise sempre di una forte critica rivolta, attraverso lo strumento della satira, alle istituzioni e alla morale comune. La sua costante opposizione a ogni forma di potere lo ha reso non soltanto un artista “scomodo”, ma l’antitesi degli intellettuali organici.

Importante  tanto quanto la componente critica della sua satira è stata la capacità di costruire e mettere in scena delle perfette macchine per far ridere, sul modello delle farse e dei vaudeville (commedie brillanti) e con rimandi sia al filone popolare dei lazzi della Commedia dell’arte che alle gag del circo e del cinema muto. Dopo la morte, nel 2013, della moglie Franca, Dario va avanti da solo ma, con disperato furore e rinnovata vitalità, non si dà tregua. Scrive un libro dopo l’altro, continua ad andare in scena, dipinge con l’energia e la gioia di un ragazzo quadri di colori vivacissimi esposti in Italia e all’estero. Fino ad oggi, 13 ottobre 2016.

Dario Fo ci lascia, con un’immensa eredità artistica, all’età di 90 anni e sette mesi, nel giorno in cui, beffa del destino, verrà assegnato il Nobel per la letteratura 2016.
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