Dalla Sicilia normanna al Monte Pellegrino, la storia della “Santuzza”, divenuta
durante la peste del 1624 la principale protettrice della città.
Palermo possiede molti simboli, ma pochi sono entrati nella vita quotidiana con la stessa
intensità di Santa Rosalia. Per i palermitani è la “Santuzza”, un diminutivo affettuoso che
non ne riduce la grandezza, ma la rende familiare. Italian Traditions ripercorre la vicenda
umana e spirituale della futura patrona, della cui vita restano poche testimonianze certe e
che, dal silenzio di una grotta, è diventata una presenza centrale nell’identità cittadina.
Per comprenderne la figura occorre distinguere i dati storici dalla narrazione agiografica. Le
notizie certe sulla sua esistenza sono scarse e la biografia che ancora oggi la accompagna
prese forma soprattutto nel Seicento, quando il gesuita Giordano Cascini raccolse
testimonianze e racconti tramandati oralmente. La devozione colloca Rosalia nella Palermo
normanna del XII secolo, tra il 1130 e il 1170, durante i regni di Ruggero II e Guglielmo I.
Secondo la tradizione, era legata a una famiglia nobile e sarebbe stata figlia di Sinibaldo,
signore della Quisquina e delle Rose. Questa discendenza, sostenuta anche da un’iscrizione
rinvenuta nel Seicento e giudicata dubbia da diversi studiosi, non è un dato sicuro. Altre
narrazioni la vogliono vicina alla corte della regina Margherita di Navarra e promessa in sposa
a un aristocratico. L’aspetto più rilevante del racconto, però, riguarda la sua decisione di
rinunciare agli agi, al matrimonio e alla vita di corte per dedicarsi alla preghiera.
L’eremitismo non era estraneo alla Sicilia medievale, dove convivevano tradizioni monastiche
orientali e occidentali. Rosalia avrebbe vissuto tra Palazzo Adriano e le montagne della
Quisquina, per poi tornare nell’area palermitana e ritirarsi sul Monte Pellegrino. La grotta
nella quale avrebbe trascorso gli ultimi anni divenne il luogo più strettamente legato alla sua
figura. Qui, secondo le fonti devozionali, morì il 4 settembre, probabilmente nel 1170. La sua
identità spirituale nasce quindi da un gesto di sottrazione: allontanarsi dal potere e dalla
società per cercare una relazione assoluta con il divino.
Il culto di Rosalia era già presente a Palermo prima del XVII secolo, ma fu durante la peste del
1624 che la santa assunse il ruolo di principale protettrice della città. Il 15 luglio, mentre
l’epidemia colpiva duramente la popolazione, nella grotta di Monte Pellegrino furono rinvenuti
resti umani attribuiti all’eremita. Il riconoscimento si intrecciò a visioni e testimonianze, tra le
quali quella di Vincenzo Bonello, un saponaro che raccontò di avere ricevuto dalla santa
l’indicazione di portare le reliquie in processione.
Il rito ebbe luogo il 9 giugno 1625. Il successivo arretramento del contagio fu interpretato dai
palermitani come il miracolo con cui la loro protettrice aveva liberato la città. Il Senato ne
promosse il culto, le reliquie furono custodite in Cattedrale e nel 1630 Urbano VIII inserì la
santa nel Martirologio Romano. Una presenza fino ad allora rimasta ai margini assunse così
un ruolo pubblico: una donna appartata veniva riconosciuta, secoli dopo la morte, come
custode della comunità.
È questo contrasto a rendere particolare il rapporto tra la patrona e il capoluogo siciliano. La
santa che aveva scelto la solitudine è celebrata da una folla; la donna che aveva abbandonato
gli ornamenti della corte viene portata su un carro trionfale; l’eremita della montagna
diventa il volto della città.
Il legame tra Santa Rosalia e Palermo si concentra soprattutto in due luoghi. Sul Monte
Pellegrino, il santuario ingloba la grotta, al cui interno si trova la statua giacente scolpita da
Gregorio Tedeschi nel 1625. Nella Cattedrale, invece, le reliquie a lei attribuite riposano nella
grande urna d’argento realizzata nel Seicento. Questo movimento tra il monte e la città ritorna
nelle principali celebrazioni dedicate alla patrona. A luglio, il Festino ricorda il ritrovamento
delle reliquie e la liberazione dalla peste, mentre il carro trionfale attraversa il Cassaro e
conduce simbolicamente la Santuzza tra la folla fino al mare. Nella notte tra il 3 e il 4
settembre, invece, l’Acchianata accompagna i fedeli verso il santuario lungo l’antica strada
del Monte Pellegrino.
Nel primo caso Rosalia torna tra il suo popolo; nel secondo è Palermo a raggiungerla sulla
montagna. Tra il clamore delle vie cittadine e il silenzio della grotta si rinnova così un legame
che dura da secoli: quello tra una donna che si ritirò dal mondo e una città che continua ad
affidarsi alla sua protezione.



